La La Land agli Oscar sbanca ma non vince come miglior film, perché?

La La Land ha sbancato alla tradizionale notte degli Oscar svoltasi lo scorso 26 febbraio. Il musical di Damien Chazell, ha fatto razzia di ben sei statuette su quattordici nomination sbaragliando la concorrenza. Si tratta di un’ulteriore conferma da parte del giovane regista dopo essere già stato protagonista indiscusso degli scorsi Golden Globes, nel quale si è aggiudicato altrettanti sette premi e l’acclamazione da parte della critica. Nonostante l’abbuffata, La La Land però non porta a casa il premio più ambito della kermesse, cioè come miglior film, andato dopo una gaffe che rimarrà negli annali nella storia della televisione tra l’imbarazzo generale e l’incredulità, al drammatico Moonlight, di Barry Jankis.

Alla pellicola di Chazell, già autore dell’ottimo Whiplash, sono quindi andati i premi come:

  • Miglior regia;
  • Miglior attrice protagonista; 
  • Miglior fotografia;
  • Miglior scenografia, 
  • Miglior colonna sonora 
  • Miglior canzone per “City of stars“; 

Un bel bottino non c’è che dire per il regista appena trentaduenne.
Ma perché nonostante la pioggia di premi non è riuscito ad accaparrarsi il più importante?

Proviamo insieme a dare alcune risposte tramite una piccola analisi del film.

Il musical come scelta espressiva

Occorre subito dirlo la formula del musical, come mezzo espressivo per raccontare la storia, è una scelta rischiosa perché si tratta di un genere particolare ormai quasi di nicchia che può non piacere a tutti.
Proprio il web su La La Land si è letteralmente spaccato a metà tra coloro che lo hanno amato e coloro che invece non lo reputano lontanamente all’altezza dei suoi predecessori.
Inoltre il musical, procede di pari passo con la storia del cinema; è uno dei generi di punta del periodo d’oro della Hollywood classica (anni ’40-’50) che ha vissuto un ulteriore balzo in avanti negli anni ’60-’70. Misurarsi con un genere dal passato glorioso non è per tanto un’impresa facile. Tra gli anni ’70 ad oggi, il musical è andato quasi a scemare tra i film approdati agli Oscar e tra il discreto numero di pellicole uscite in sala soltanto Chicago di Rob Marshall del  2003 ha conquistato la statuetta come miglior film: primo soltanto al bellissimo e sfarzoso Moulin Rouge di Baz Luhrmann del 2001, il quale nonostante le varie nomination non è riuscito a convincere appieno l’Accademy e ad aggiudicarsi lo stesso premio.

La La Land, in ogni caso affronta il discorso musical in maniera molto ragionata: si tratta di una pellicola moderna e contemporanea ma che attinge a un linguaggio e ad una scelta stilistica riconducibile al passato, proprio della vecchia Hollywood. Sono infatti tanti i film e i musical citati a partire dai film di Fred Astair e Ginger Rogers, passando per West Side Story,Singing in the rain e ancora Un americano a Parigi; non semplice citazionismo ma un’operazione di assimilazione del passato usato per ricreare lo stesso mood e la stessa atmosfera utile ai fini narrativi. Una scelta interessante che come già accennato però può dividere gli animi.

Lo svolgimento dell’impianto narrativo

Protagonista della nostra storia è Mia (Emma Stone), un’aspirante attrice che lavora come barista presso gli studi della Warner Bross; la ragazza alterna al lavoro una serie cospicua di provini, tutti però dai risultati fallimentari.
Dopo la delusione in seguito all’ennesimo buco nell’acqua, convinta dalle amiche, Mia partecipa a una festa sulle colline di Hollywood. Mentre torna a casa rimane affascinante da una musica proveniente da un locale vicino. La ragazza decide così di entrarvi: qua farà conoscenza di Sebastian (Ryan Gosling), un artista jazz con il sogno di aprire un locale tutto suo intento in un’improvvisazione fuori programma nonostante gli avvertimenti del proprietario. Un gesto che gli costerà il licenziamento. I due giovani diventeranno prima amici e poi si innamoreranno l’uno dell’altro, sostenendosi reciprocamente nella realizzazione dei rispettivi sogni.

Fin dalle prime battute è facilmente intuibile uno degli elementi centrali di La La Land, ovvero la vecchia Hollywood, un mondo ormai morente che fatica a rimanere a galla di fronte a una modernità dirompente, fatta di tecnologia e progresso. I due protagonisti sono entrambi accomunati dall’esservi profondamente radicati, talmente tanto da non riuscire ad adattarsi alla contemporaneità ed emergere nei loro ambiti. Vecchio e nuovo mondo si incontrano e si scontrano per una buona parte del film lasciando nello spettatore un profondo sentimento di nostalgia, solitudine e malinconia.

Le citazioni a Casablanca, Gioventù bruciata, a Gene Kelly, al jazz e al tip tap, sono dei rimandi a un mondo ormai passato a cui i due protagonisti vi si aggrappano: Mia e Sebastian troveranno nella loro storia d’amore, il carburante necessario per la realizzazione dei loro sogni, immergendovi così in una sorta di bolla atemporale. Ed è in questa sorta di stasi e di continue sottolineature al passato che la trama ne risente. Essa infatti procede con estrema lentezza: soltanto dopo un’ora dall’inizio del film, ovvero quando il musical passa in secondo piano, inizia finalmente a svilupparsi. Per un non appassionato del genere questa lentezza può a lungo andare risultare indigesta.

Un lato tecnico strabiliante


Sul piano tecnico, La La Land è qualcosa di sensazionale, curatissimo in ogni dettaglio e stilisticamente molto accattivante, direi l’aspetto migliore dell’intero film. La regia e il montaggio, una farcita di lunghi piani sequenza e di carrellate laterali, l’altro molto serrato e ritmato, contribuiscono a creare una sensazione di movimento.
La fotografia e la scenografia sono inoltre entrambe sublimi con un uso di colori pieni, vibranti e saturi. Il colore preponderante è il blu (la nota del jazz, tra l’altro), con tocchi sparsi di giallo: un’impronta originale che richiama moltissimo a livello cromatico i quadri di Chagall e di Van Gogh e che contribuiscono nella realizzazione di un’atmosfera sognante, molto leggera e quasi evanescente, in netto contrasto con una malinconia di fondo esistenziale molto asciutta e minimal.

Un vero e proprio capolavoro visivo, un intreccio raffinatissimo di tutte le varie forme d’arte: dalla pittura, al teatro di Broadway, passando per la musica e ovviamente al cinema. La serie di Oscar che si è aggiudicato sono a mio avviso assolutamente meritatissimi.

La recitazione


Anche per quanto riguarda la prova recitativa, La La Land si conferma ad un livello molto alto; Emma Stone primeggia su Ryan Gosling dal punto di vista espressivo. Anche il suo Oscar come miglior attrice protagonista risulta, quindi meritato. Entrambi gli attori, in ogni caso rappresentano al meglio la difficoltà della nostra generazione nel credere nei propri sogni e riuscire a realizzarli. Un tema molto attuale e su cui i due interpreti puntano molto, favorendone pertanto l’immedesimazione.

Il contesto storico-politico


Ma aldilà delle caratteristiche sensazionali di La la Land, più di tutti a incidere sulla vittoria di Moonlight è riscontrabile nel delicato momento politico vissuto dagli Stati Uniti: con il 2016 si è conclusa infatti l’amministrazione Obama, un’amministrazione cruciale per quanto riguarda i diritti umani, grazie all’introduzione dell’ Obamacare, la rivoluzionaria riforma sanitaria che ha concesso a ben tredici milioni di americani in più una copertura sanitaria completa, un fatto non solo politico ma anche storico di particolare rilievo.

La nuova amministrazione Trump, ha ben presto invertito la rotta, con una politica particolarmente aggressiva e di forte chiusura basata sul controllo serrato dell’immigrazione, i tagli, gli incentivi sostanziosi al comparto militare e l’ipotesi di eliminazione proprio della suddetta riforma, ha suscitato nel giro di pochissimo tempo numerose proteste.Tutta la comunità hollywoodiana ha espresso la propria indignazione nei confronti della politica del magnate, considerata abominevole e anti americana.

La portavoce principale di questa opposizione è stata Meryl Streep nel suo bellissimo discorso pronunciato in occasione dei Golden Globes invitando i suoi colleghi, tutti gli artisti e i giornalisti a non assecondare le intenzioni razziste, xenofobe e omofobe del nuovo presidente.
Gli Accademy Awards come previsto , hanno proseguito questa linea: l’Accademy del resto, ha sempre risentito dei movimenti politici del paese. La vittoria del bellissimo Moonlight, la difficile storia raccontata con estrema delicatezza e poesia, di Chiron un bambino e poi adulto afroamericano che conosce fin da subito il dramma della solitudine, dell’abbandono, della violenza, del bullismo e della discriminazione (sia razziale che di genere), è un messaggio chiaro e forte di un’America che si oppone alle politiche antidemocratiche di Trump.

Inoltre la polemica degli  Oscars So White insorta agli Oscar del 2016 ha spinto quest’anno a prediligere le pellicole con attori afroamericani capaci di affrontare le tematiche dei diritti civili, del razzismo e della discriminazione. Oltre a Moonlight in lizza per gli Oscar erano presenti anche Barriere di Denzel Washington e Il diritto di contare di Tehodore Melfi storia della prima donna afroamericana a sfidare il razzismo e il sessismo e a lavorare per la NASA.

La La Land, quindi, con il suo clima sognante e la sua atmosfera eterea si rivela essere non perfettamente inserito nel difficile contesto storico presente. Pur avendo fatto una buona scorpacciata di premi non si è aggiudicato il più importante, riservato invece a un film di tutt’altro spessore.

Come al solito lasciateci un commento e scriveteci se avete visto La La Land e gli altri film vincitori agli Oscar e fateci sapere quali vi sono piaciuti. 

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