Sherlock 4×02 -il vento dell’Est spazza via ogni incertezza

ATTENZIONE SPOILER

  • 4×02: Il detective morente
Se il primo episodio si è rivelato una delusione su più punti, questo secondo capitolo, invece, riporta la serie ai grandi fasti passati, grazie a una gestione della trama e a un’atmosfera più simile agli episodi visti durante le prime due stagioni. La componente umana ed emotiva, suggerita dalla signora Hudson (che in questo episodio è davvero badass! Chi non ha adorato la sua trionfale entrata in scena a bordo della fiammante Aston Martin?) è la chiave di volta su cui ruotano gli episodi di questa quarta stagione.
Ritroviamo infatti, un Watson ancora molto provato e sconvolto dalla perdita della moglie al punto da non riuscire ad accettare la sua assenza; il “fantasma” di Mary che popola la sua casa e la sua mente rappresenta l’incapacità di accettare gli avvenimenti e di lasciarla andare.
La rabbia che egli prova ancora per Sherlock, ritenuto responsabile dell’accaduto è tangibile e comprensibile dalle parole pronunciate durante la seduta con la terapista. Dall’altra, invece, abbiamo un Sherlock  costretto a fare i conti con le conseguenze della sua arroganza, la sua strafottenza e con la gestione di un’emotività del tutto nuova; il dolore per la morte di Mary e il sincero affetto per John lo conducono verso la strada dell’autodistruzione attraverso l’uso massiccio delle droghe (che in pieno stile Breaking Bad decide anche di iniziare a produrre :D). Una scelta narrativa apparentemente banale ma che si rivelerà, nel corso dell’episodio coerente con il personaggio e altrettanto interessante.
A questo punto, credo sia doveroso introdurre il pezzo forte dell’episodio, il villain di turno ovvero Culverton Smith, interpretato da un brillante e sensazionale Toby Jones.

Carismatico, astuto, inquietante, macabro, perverso e viscido, è l’identikit perfetto del cattivo per eccellenza; un vero serial killer che prova piacere nell’uccidere le sue vittime. Per certi versi ricorda molto Jack Lo Squartatore e in generale un villain  di natura  ottocentesca; e questo non è di certo un caso. L’uomo infatti, per compiere i suoi crimini, si ispira al suo mentore: Henry Howard Holmes, famosissimo serial killer vissuto nell’epoca vittoriana.Tuttavia questo personaggio è in realtà costruito su alcuni tratti caratteristici del Moriarty appartenente al canone originale e di cui ne condivide la filantropia e l’essere un personaggio di particolare rilievo. Se il consulente criminale visto nel corso della serie è un Moriarty in chiave moderna, Culverton Smith rappresenta invece una riferimento al Moriarty originale.
La sfida trai due è serrata e molto avvincente; Smith deride, inganna e mette in serie difficoltà  un Holmes che in pieno delirio allucinatorio non cede mai del tutto all’annebbiamento procurato dalle droghe ma riesce a essere sempre un passo avanti agli altri e a mantenere intatta la sua innata capacità deduttiva; nonostante allucinazione e realtà si mescolino in continuazione fino a  rendere lo spettatore e il protagonista incapace di capire dove inizi una e dove finisca l’altra.

La conclusione di questa lotta è degna di nota: l’assassino cede all’irrefrenabile impulso di porre fine alla vita di un Sherlock debole, consumato e realmente spaventato dallo spauracchio della morte;un gesto che gli risulterà fatale. L’espediente del quarto registratore nascosto nel bastone di Watson è geniale, tutto insomma di questo episodio coinvolge e appassiona, merito senza dubbio di una recitazione fenomenale da parte di tutto il cast. 
Ma veniamo a uno degli elementi  più criticati dai fan: il cambiamento di John, da molti considerato non il linea con il suo personaggio, a partire dal suo essere potenzialmente un  fedifrago.
Dietro alla sua scelta di intrattenere una relazione (seppur molto platonica) con un’altra donna, si nasconde la delusione per essere stato messo da parte: da Mary sia come uomo che come marito (a causa di Rosie) ma sopratutto da Sherlock,  in favore della stessa compagna nella risoluzione dei casi, considerata dal detective più intelligente e abile di John.
In realtà però, non esiste nessun cambiamento: Watson, è per sua stessa natura un uomo attratto dal pericolo e la donna incontrata sull’autobus ne rappresenta soltanto l’ennesimo. Non sorprende nemmeno la feroce rabbia (razionalmente ingiustificabile) nei confronti di Sherlock, che lo porta a scagliarsi prima verbalmente e poi fisicamente sull’amico: John non è un mostro, è un personaggio estremamente umano, incline a cedere alle debolezze più nascoste.

Potremmo invece parlare di evoluzione del personaggio, che imbocca la strada dell’ auto consapevolezza nei confronti dei propri limiti: John è tutt’altro che perfetto e infallibile e la sua confessione, perpetrata in favore della sua adorata Mary che alberga negli angoli remoti del suo inconscio,rappresenta un momento di estrema liberazione ma anche di auto accettazione e perdono.
Entrambi i protagonisti quindi, si evolvono, seppur in maniera diversa, muovendosi rapidamente verso la riscoperta della propria umanità: per Sherlock, l’affetto e il sentimento di profonda amicizia che lo lega a John sono tali da mettere addirittura  a repentaglio la sua stessa vita pur di salvare l’amico; un’ evoluzione originale, profonda e per nulla scontata.
Per Watson invece la reazione agli eventi e le azioni compiute lo costringono a fare i conti con la propria natura imperfetta.
L’abbraccio finale tra i due, preceduto da un altro bellissimo monologo di John che invita Sherlock a cogliere il momento, a non aspettare e ad abbandonarsi all’amore per rendersi finalmente completo, è una scena di riappacificazione molto commovente e  toccante.
Il plot twist che chiude questo episodio è infine, sconvolgente e geniale: dietro alle spoglie della terapista di John, della finta Faith (figlia di Culverton) che inganna e confonde Sherlock e della donna che seduce John, si cela Eurus: la sorella segreta del detective, scaltra e abilissima nell’arte del travestimento. È chiaro che questo personaggio ci riserverà delle gustose sorprese nell’ultimo episodio .

Per concludere, Il detective morente, come il vento dell’Est, dona un’ondata di aria fresca alla serie grazie alla sua scrittura coerente, efficace e avvincente dopo un primo episodio parecchio sottotono rispetto agli standard a cui lo show ci aveva abituati.

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